Data center: cosa comporterà tutta questa energia per l'intelligenza artificiale?

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Data center: cosa comporterà tutta questa energia per l'intelligenza artificiale?

Partiamo dalle basi, perché finora ne abbiamo parlato dando per scontato che tutti sappiano di cosa si tratta. Un data center è, in sostanza, un capannone industriale pieno di server: migliaia di computer collegati in rete che processano, archiviano e smistano i dati di aziende, banche, ospedali, pubbliche amministrazioni e, sempre di più, dei modelli di intelligenza artificiale che usiamo ogni giorno. Dentro non ci sono solo macchine: ci sono impianti di raffreddamento, gruppi di continuità che garantiscono la corrente anche in caso di blackout, sistemi antincendio e di controllo accessi. È l'infrastruttura fisica, silenziosa e quasi sempre fuori dagli occhi di chi la usa, che tiene in piedi tutto quello che chiamiamo genericamente "cloud". E il numero da cui partire per capire perché conta così tanto è uno solo: l'intelligenza artificiale nel mondo consuma già più elettricità di quanta ne consumi l'Italia intera in un anno, e si stima che nel 2026 supererà i 1.050 TWh a livello globale.

E l'Italia, in tutto questo, non è uno spettatore neutrale. I data center italiani consumano già circa 4 TWh di elettricità l'anno, ma le richieste di nuova connessione alla rete hanno superato i 79 GW: un numero che, se anche solo una parte diventasse realtà, rischia di saturare la rete elettrica in alcune zone del paese. Gli investimenti previsti tra il 2026 e il 2028 sfiorano i 25 miliardi di euro, con operatori come APTO (un campus da cinque data center a Lacchiarella), CloudHQ (a Magenta, 48 MW disponibili da fine 2026), CyrusOne ed EdgeConneX, mentre le utility nazionali, Enel, A2A e Iren, sono coinvolte direttamente nel finanziamento. Milano è già l'hub principale, seguita da Roma e Torino: la partita si gioca soprattutto in Lombardia, Lazio ed Emilia-Romagna. Quindi quando si parla di data center e del loro impatto, non è una questione lontana, americana: è una questione che riguarda la rete elettrica sotto casa.

Della sovranità dei dati si parla quasi sempre come di una questione legale — chi ha il potere di obbligarti a consegnarli. C'è però un lato più fisico e più trascurato della stessa storia, ed è quello dell'infrastruttura che li ospita: chi la costruisce, chi la possiede, e soprattutto chi la tiene accesa.

Il problema è la scala del punto di partenza. Su 182 operatori di data center attivi in Europa, dieci controllano il 53% della potenza installata — e sette di quei dieci sono americani. Nel mondo i data center censiti sono oltre 11.000, ma il potere reale è concentrato in una manciata di paesi: gli Stati Uniti dominano, l'Europa insegue, l'Asia cresce ma resta frammentata. Non è retorica dire che oggi un data center vale, strategicamente, quanto un porto, un oleodotto o una rete elettrica: chi controlla l'infrastruttura fisica controlla anche la leva su cosa succede quando i rapporti si guastano — un accesso che si può richiedere, sospendere, condizionare. Ed è esattamente lì che la sovranità digitale smette di essere un tema per giuristi e diventa un tema di sicurezza: concentrare l'infrastruttura mondiale in così poche mani private significa concentrare anche il numero di punti in cui un singolo intervento — legale, tecnico o politico — può propagarsi ovunque.

C'è poi un aspetto che il dibattito sulla sovranità giuridica lascia quasi sempre fuori: un data center non è solo dati e licenze software, è un consumatore industriale di elettricità e acqua. Un singolo hyperscale può assorbire tanta energia quanto una città di medie dimensioni — e i data center ottimizzati per l'AI, con GPU che lavorano a pieno carico ininterrottamente, hanno bisogno di sistemi di raffreddamento che possono richiedere milioni di litri d'acqua l'anno. Non è un dettaglio tecnico: l'Irlanda ha già introdotto una moratoria di fatto sui nuovi data center nell'area di Dublino perché la rete elettrica non regge altri carichi, e i Paesi Bassi hanno fatto lo stesso sui progetti hyperscale più grandi. Quando un governo decide chi ottiene l'allacciamento alla rete e chi no, sta esercitando lo stesso tipo di leva di cui si parla per il CLOUD Act — solo che invece di consegnare i dati su richiesta di un tribunale, qui la posta in gioco è tenere acceso il server. Sovranità digitale, alla fine, significa anche questo: non solo chi può obbligarti a consegnare i dati, ma chi può staccarti la spina.

Il salto in avanti dell'AI ha reso il raffreddamento ad aria semplicemente insufficiente. Le GPU che alimentano i modelli più recenti, come le NVIDIA Blackwell B200, lavorano a una potenza termica di oltre 1.200 watt l'una, e un singolo rack può arrivare a 370 kilowatt — più di quanto consumino decine di abitazioni private messe insieme. Per smaltire quel calore, i data center stanno passando in massa al raffreddamento a liquido diretto sul chip: l'acqua trasporta il calore circa 3.500 volte meglio dell'aria, e nel 2026 si stima che il 76% dei server dedicati all'AI userà questa tecnologia. Il paradosso è che, fatto bene, il raffreddamento a liquido consuma meno acqua di quello ad aria — ma "fatto bene" è la parte che quasi nessun operatore rende pubblica. Google da sola ha dichiarato 10,9 miliardi di galloni di consumo idrico nel 2025, il 34% in più dell'anno precedente e più del doppio rispetto al 2021.

Chi paga il conto, però, raramente è chi usa l'AI. È chi vive vicino al data center. In Virginia un residente si è visto recapitare una bolletta elettrica di 281 dollari a gennaio 2026, contro i circa 100 del mese precedente — l'effetto di un'asta della rete elettrica regionale (PJM) andata a un prezzo record per assorbire la nuova domanda. A Baltimora le bollette medie sono salite di 17 dollari al mese dopo la stessa asta. Nelle aree con la più alta concentrazione di data center i prezzi dell'elettricità sono cresciuti del 267% in cinque anni. E a Memphis, in Tennessee, il conto non è solo economico: xAI di Elon Musk ha installato 59 turbine a gas non autorizzate a Southaven, appena oltre il confine con il Mississippi, per alimentare il suo supercomputer Colossus 2 — il doppio di quante dichiarate pubblicamente. NAACP, Earthjustice e Southern Environmental Law Center hanno fatto causa il 14 aprile 2026: le emissioni di smog, fuliggine e formaldeide colpiscono quartieri a maggioranza afroamericana che già registrano tassi elevati di malattie polmonari. Non è la prima volta: il data center precedente, Colossus 1, aveva già fatto funzionare fino a 35 turbine senza permesso.

Tutto questo mentre le stesse aziende continuano a presentarsi come leader della transizione verde. Microsoft aveva promesso di diventare carbon negative entro il 2030; nell'anno fiscale 2025 le sue emissioni sono salite del 25-27%, proprio a causa della corsa a costruire infrastrutture AI, e l'azienda ha smesso di acquistare alcune categorie di certificati di energia rinnovabile. Google punta al net-zero entro il 2030, ma le sue emissioni sono aumentate del 18% nell'ultimo anno e dell'81% rispetto al 2019, l'anno di riferimento dell'impegno. Lo ammette Microsoft stessa, nero su bianco nel suo report di sostenibilità: le soluzioni verdi "non stanno scalando abbastanza velocemente da reggere la domanda" generata dall'AI. Le Nazioni Unite hanno calcolato che, a livello globale, i data center consumano già più energia di quanto ne consumino tutti i paesi del mondo tranne dieci.

Ma l'idea che tutto questo avvenga sopra le teste delle persone, senza che nessuno se ne accorga o ne discuta, è smentita dai fatti: nel primo trimestre del 2026 l'opposizione locale ha bloccato o rallentato almeno 75 progetti di data center per un valore complessivo di circa 130 miliardi di dollari. I gruppi organizzati contrari sono più che raddoppiati, arrivando a 833 in 49 stati americani. Sono state proposte moratorie in 14 stati, più una proposta federale firmata dal senatore Bernie Sanders e dalla deputata Alexandria Ocasio-Cortez. Nei sondaggi, il 71% delle persone si dichiara contrario a un data center vicino a casa propria. A Indianapolis, dopo le proteste dei residenti, l'azienda DC Blox ha dovuto ridimensionare un progetto da 2 miliardi di dollari, riducendo gli edifici e i generatori diesel di riserva. Il problema, quindi, non è l'assenza di dibattito: qualcuno, da qualche parte, sta già provando a vedere la soluzione — il punto è che a deciderlo restano ancora amministrazioni locali isolate, comune per comune, senza una cornice nazionale che stabilisca chi paga davvero il costo dell'infrastruttura che alimenta l'intelligenza artificiale di tutti.

Noi, in Cyber Rebellion, l'AI la usiamo ogni giorno per lavorare, non partiamo da un pregiudizio contro la tecnologia, anzi. Ma proprio per questo pretendiamo chiarezza su cosa stiamo costruendo e a che prezzo, non l'ennesima narrazione rassicurante. La tecnologia resta una cosa bellissima; il punto non è fermarla, è avere il coraggio di limitarla quando il conto lo sta pagando qualcun altro: la salute di chi vive vicino a un data center, la bolletta di chi una query AI non l'ha mai fatta, il futuro che stiamo ipotecando adesso. E non vogliamo sentire prediche da chi si professa paladino dell'ambiente e poi, di questo, non parla mai: se davvero sta a cuore l'ecosistema, non si può scegliere quali battaglie combattere e quali ignorare a seconda di chi le solleva. Ognuno decide a cosa dare importanza, e molti — anche tra chi si riempie la bocca di sostenibilità — hanno già scelto di guardare da un'altra parte.

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