I droni che potrebbero salvare le nostre foreste — e non solo

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I droni che potrebbero salvare le nostre foreste — e non solo

C'è una tecnologia italiana che vola a oltre seimila metri, resta in aria per un giorno intero e vede cose che noi non riusciamo nemmeno a immaginare. Si chiama Falco Xplorer, lo ha costruito Leonardo, ed è molto più vicino al presente di quanto pensiamo.

Partiamo da un fatto: Leonardo non è una startup nata ieri. È il risultato di decenni di storia industriale italiana, quella che per tanto tempo ha girato attorno a Finmeccanica — un nome che forse ricorda chi ha vissuto gli anni in cui l'Italia aveva ancora un'industria della difesa di cui andare fieri. Nel 2016 c'è stata una grande riorganizzazione interna, nel 2017 il cambio di nome, e oggi Leonardo è uno dei gruppi europei più importanti nei settori aerospazio, difesa, elettronica, cybersecurity e spazio. Il riferimento a Leonardo da Vinci non è casuale: c'è qualcosa di poetico nel fatto che un'azienda che costruisce droni porti il nome di chi, cinque secoli fa, disegnava macchine volanti per pura curiosità intellettuale.

Il Falco Xplorer nasce dall'esperienza maturata con i modelli precedenti della famiglia Falco. Ma a un certo punto Leonardo ha deciso di fare un salto: più grande, più autonomo, più capace. Il progetto viene presentato al Salone di Parigi nel 2019 — uno di quegli eventi in cui si capisce dove sta andando il mondo — e il primo volo vero avviene a gennaio 2020, all'aeroporto militare di Trapani Birgi. 24 ore di autonomia, sensori radar, ottici, infrarossi ed elettronici. Un oggetto volante non identificato per chi lo vede da terra, ma straordinariamente preciso per chi lo guida da un monitor.

Ma quindi è l'intelligenza artificiale che pilota il drone? È autonomo completamente? Non esattamente. Il drone vola seguendo rotte pianificate, ma la parte davvero rivoluzionaria non è come vola — è cosa fa con quello che vede. Raccoglie una quantità enorme di immagini e dati, e l'IA serve soprattutto ad analizzarli: riconoscere oggetti, individuare anomalie, seguire movimenti sospetti, confrontare zone fotografate a distanza di settimane. In pratica, riduce il lavoro che altrimenti dovrebbe fare un operatore umano, spesso su materiale visivo così vasto da essere impossibile da analizzare manualmente in tempo reale.

Passare dalla semplice osservazione alla sorveglianza intelligente è il salto concettuale. Un drone che trasmette immagini è utile. Un drone che trasmette immagini già elaborate, con i punti critici evidenziati e classificati, cambia completamente il modo in cui si può intervenire.

Ogni estate l'Italia brucia migliaia di ettari. Non è una fatalità — è anche un problema di sistema, di tempi di reazione, di informazioni che arrivano tardi.

Ed è qui che la cosa diventa personale, almeno per chi come me guarda queste notizie e sente una frustrazione sincera. Gli incendi boschivi in Italia non sono solo una questione di ettari perduti — sono ecosistemi interi che scompaiono, animali selvatici che si ritrovano senza habitat nel giro di ore, comunità che vedono bruciare paesaggi identitari costruiti in secoli. Il Falco Xplorer tecnicamente sarebbe perfetto per questo: individua focolai nelle primissime fasi, monitora l'avanzata del fuoco su aree impervie, trasmette immagini termiche in tempo reale a chi deve prendere decisioni sul campo. La stessa logica si può applicare alle frane, al monitoraggio sismico preventivo, alle zone costiere a rischio idrogeologico.

Quindi lo stiamo già usando per questo? C'è una rete di droni che monitora le foreste italiane? Non ancora in modo sistematico. Il Falco Xplorer ha completato circa cento voli di prova e sta continuando il percorso di certificazione per volare in spazio aereo europeo condiviso — che non è una cosa semplice dal punto di vista regolatorio. Esistono sperimentazioni e collaborazioni con enti pubblici, ma una rete nazionale integrata non c'è ancora. La tecnologia è pronta; il sistema intorno non lo è ancora del tutto.

E questo è il punto che fa più riflettere. Il problema non è costruire il drone — Leonardo lo ha fatto. Il problema è costruire attorno a quel drone un sistema in cui Protezione Civile, Vigili del Fuoco, satelliti, sensori a terra e amministrazioni locali parlino la stessa lingua e condividano le stesse informazioni nello stesso momento. È un problema di integrazione, di normative, di formazione, di governance. Più complicato da risolvere che progettare un velivolo capace di volare un giorno intero senza atterrare.


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Canada

Nel frattempo, c'è chi sta accelerando davvero. Il Canada ha avviato qualcosa di interessante attraverso il programma Innovative Solutions Canada, che in sostanza finanzia startup per sviluppare tecnologie utili alla pubblica amministrazione. Una di queste startup è Spexi Geospatial, con sede a Vancouver, e il progetto che stanno portando avanti merita attenzione.

Nella prima fase del lavoro, Spexi ha usato droni, fotogrammetria e intelligenza artificiale per monitorare frane vicino ai corridoi ferroviari canadesi. Non è un dettaglio secondario: quei corridoi sono arterie vitali per le catene di approvvigionamento del Paese, e una frana nel posto sbagliato può bloccare forniture per settimane. Il lavoro è stato condotto insieme al Geological Survey of Canada e a Transport Canada, e il risultato non è stato solo un report — è stato l'integrazione concreta di nuove pratiche operative nelle attività governative quotidiane.

Ma quanto è davvero più veloce rispetto ai metodi tradizionali? O è solo marketing? I dati che emergono da queste sperimentazioni indicano un vantaggio reale, non solo sulla carta. L'IA riesce a elaborare grandi volumi di immagini e identificare rischi con una velocità e una precisione che i metodi manuali non reggono il confronto, specialmente su aree vaste e in condizioni meteorologiche variabili. La seconda fase del progetto punta proprio a testare i droni a lungo raggio in climi diversi — perché quello che funziona in estate in una zona temperata deve funzionare anche d'inverno, con neve, nebbia, vento.

Il punto più interessante di tutta questa storia canadese è che non si tratta solo di un esperimento. Transport Canada sta costruendo attorno a questi risultati un impegno strutturale: supportare le tecnologie emergenti — droni, robotica, IA — come componente stabile e integrata del sistema di trasporto nazionale. Non un progetto pilota che finisce nel cassetto, ma un cambiamento di paradigma nella gestione del rischio infrastrutturale.

La tecnologia c'è già. Quello che manca, in Italia come altrove, è la volontà di sistema per usarla davvero.

E allora il confronto con l'Italia diventa utile non per fare la solita retorica dell'"all'estero funziona e da noi no", ma per capire qual è il passaggio che manca. Non è la competenza tecnica — Leonardo costruisce droni che il Canada non ha. Non è nemmeno la consapevolezza del problema — ogni estate gli incendi ci ricordano quanto il territorio sia fragile. È la capacità di connettere le parti: tecnologia, istituzione, normativa, formazione, e poi ancora tecnologia, in un ciclo che si autoalimenta.

Qualcuno ci sta lavorando. I progetti più recenti di Leonardo puntano esattamente in questa direzione: non un singolo drone, ma una rete intelligente in cui IA, sensori distribuiti e operatori umani lavorano insieme per leggere il territorio prima che il territorio parli da solo, nel modo peggiore. Prevenzione degli incendi, monitoraggio di infrastrutture, allerta precoce su aree a rischio sismico o idrogeologico. Un sistema che trasforma i dati in decisioni.

La tecnologia per fare tutto questo esiste già, e in larga parte è italiana. Adesso tocca al sistema — politico, istituzionale, organizzativo — fare la sua parte. Ogni estate che passa senza una risposta coordinata è un'occasione persa. E le foreste che bruciamo non crescono di nuovo in due anni.
Un appello che non dovrebbe servire

C'è però un tema che va oltre gli incendi e le frane, e che tocca qualcosa di ancora più diretto: i soccorsi. Quelli che arrivano quando chiami il 118 e speri che qualcuno sia abbastanza vicino. Quelli che in certi casi fanno la differenza tra la vita e la morte, e che troppo spesso — lo sappiamo tutti, anche se non vogliamo dirlo ad alta voce — arrivano in ritardo non per colpa di chi lavora sul campo, ma perché il sistema non gli dà i mezzi per fare altrimenti.

Abbiamo visto situazioni, in Italia, in cui un drone con una termocamera avrebbe individuato una persona dispersa in montagna ore prima che lo facessero i soccorritori a piedi. Abbiamo visto alluvioni in cui la mancanza di una visione aerea in tempo reale ha rallentato gli interventi in modo drammatico. Abbiamo visto incendi in cui i Vigili del Fuoco arrivavano a lavorare su informazioni vecchie di trenta minuti, in un contesto che in trenta minuti cambia completamente.

Chi lavora nei soccorsi ha spesso le mani legate. Non per mancanza di competenza o coraggio — ma perché nessuno ha ancora deciso davvero di dotarli degli strumenti che esistono già.

Droni con visione termica, sistemi di coordinamento in tempo reale, intelligenza artificiale che processa le immagini mentre l'elicottero è ancora in volo: non sono fantascienza, non sono nemmeno costosi come si potrebbe pensare rapportandoli al costo umano di un soccorso che arriva tardi. Sono tecnologie disponibili, testate, già operative in altri contesti. Manca la volontà politica di metterle a sistema.

E allora questo articolo finisce con una cosa semplice, che non vuole essere polemica ma è impossibile non dire: i governi hanno la responsabilità concreta di investire in questi sistemi. Non come progetto pilota da presentare in conferenza stampa, ma come infrastruttura permanente per la sicurezza delle persone. Ogni anno che passa senza farlo è una scelta — e le conseguenze di quella scelta le paga qualcuno di specifico, con un nome e una famiglia.

La tecnologia ha già fatto la sua parte. Adesso tocca alla politica fare la sua. Perché un paese che costruisce droni capaci di volare ventiquattro ore e poi non li usa per salvare vite non ha un problema tecnologico. Ha un problema di priorità.