BCI e Neuralink: la password nella tua mente che non potrai mai cambiare

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BCI e Neuralink: la password nella tua mente che non potrai mai cambiare

Prova a immaginare una password che non hai scelto tu, che non è fatta di lettere o numeri, e che non puoi cambiare mai — nemmeno se qualcuno riuscisse a copiarla. È il pattern elettrico che il tuo cervello genera ogni volta che pensi una parola prima di dirla. Fino a poco tempo fa era un segreto al sicuro per definizione: nessuno strumento riusciva a leggerlo. Oggi esistono dispositivi capaci di impararlo, esattamente come un lettore di impronte digitali impara la tua impronta — solo che qui, se qualcuno la copia, non hai modo di revocarla. Si chiamano interfacce cervello-computer, e in alcuni casi hanno già restituito la voce a chi l'aveva persa per sempre. In altri casi hanno smesso di funzionare all'improvviso, portandosela via di nuovo. E hanno già acceso un caso scientifico irrisolto sul rischio più inquietante di tutti: parlare per qualcuno che non può più smentirti.

Il principio, spogliato della fantascienza, è più semplice di quanto sembri: alcuni elettrodi imparano a riconoscere quella firma elettrica, un'intelligenza artificiale la traduce in un'intenzione, e l'intenzione diventa un cursore che si muove o una parola che appare su uno schermo. Il modo in cui quegli elettrodi arrivano al cervello, però, cambia radicalmente da azienda ad azienda: Neuralink li impianta chirurgicamente in corteccia, con un intervento a cranio aperto; Synchron, invece, li infila attraverso un catetere nella vena giugulare e li "parcheggia" sopra la corteccia motoria in appena venti minuti, senza toccare l'osso — sacrificando un po' di precisione in cambio di un rischio chirurgico quasi nullo. Non è lettura del pensiero in senso magico: è biometria applicata alla mente. E come ogni sistema biometrico, funziona benissimo finché nessuno pensa a cosa succede il giorno in cui va storto, o il giorno in cui qualcun altro ottiene le chiavi.

Casey Harrell quella password l'ha riavuta indietro. La SLA gli aveva spento la voce muscolo dopo muscolo, lasciando intatta l'unica cosa che contava: la mente, lucida, chiusa in un corpo che non rispondeva più. Nel 2023 un'équipe dell'UC Davis gli ha impiantato 256 microelettrodi nell'area del cervello che genera l'intenzione di parlare — non quella che muove la bocca, quella prima ancora. Il primo giorno il sistema riconosceva 50 parole con il 99,6% di accuratezza; oggi ne riconosce 125.000, con il 97,5% di precisione, a una velocità vicina a quella di una conversazione normale. In due anni, quasi 2 milioni di parole pronunciate da solo, a casa, senza un tecnico presente a controllare nulla. Il dettaglio che spiazza è che l'intelligenza artificiale è stata addestrata sulle vecchie registrazioni della sua voce reale — i podcast di quando era uno degli attivisti climatici più efficaci d'America, capace di far tremare il gestore patrimoniale più grande del mondo fino a costringerlo a rivedere i propri investimenti fossili. Aveva passato anni a dire ai potenti della finanza che il pianeta aveva un orologio che correva; nello stesso periodo, senza saperlo, il suo corpo aveva un orologio tutto suo che correva più veloce. Oggi, quando parla con sua figlia, lo fa con la voce con cui teneva sotto scacco Wall Street. "Vivendo con una malattia come la SLA, ci si aspetterebbe che i sogni si riducano," ha detto. "Non è il mio caso."

A poche centinaia di chilometri di distanza, un altro uomo stava scoprendo il rovescio della stessa medaglia. Noland Arbaugh è stato il primo essere umano a ricevere l'impianto di Neuralink, nel gennaio 2024, dopo un incidente subacqueo che nel 2016 lo aveva lasciato paralizzato. Il suo sistema — oltre mille elettrodi nella corteccia — non gli restituisce la parola ma il controllo di un computer col solo pensiero: al risveglio dall'intervento è riuscito a muovere un cursore, poi a giocare a scacchi, poi a battere gli amici ai videogiochi. Poche settimane dopo, però, fino all'85% dei fili si è ritratto dal tessuto cerebrale, e il segnale è quasi sparito. Il punto che nessun comunicato stampa racconta volentieri è che Neuralink conosceva già questo rischio dai test sugli animali, e aveva deciso che fosse abbastanza basso da non giustificare una riprogettazione — prima di provarlo per la prima volta su un essere umano. Arbaugh l'ha presa con una sincerità che vale più di mille rassicurazioni aziendali: "È stato davvero difficile accettarlo. Avevo raggiunto un punto così alto, e dopo un mese sembrava che stesse per crollare tutto." Poi, giorni dopo: "Tendo ad adattarmi ai colpi."

La password che non puoi cambiare, però, non riguarda solo il rischio che il dispositivo smetta di funzionare. Riguarda chi altro potrebbe leggerla. Un consenso firmato per "muovere un cursore col pensiero" non copre ciò che un elettrodo registra comunque per strada — reazioni subconsce, stress, carico emotivo — e i ricercatori più critici parlano già apertamente della possibilità di decodificare, un giorno, orientamento politico o stato mentale da un semplice pattern neurale. Sempre più di questi dispositivi trasmettono dati via wireless, la stessa scelta di comodità che rende vulnerabile ogni altro oggetto connesso di casa tua — solo che qui l'oggetto è dentro un cranio. E il rischio non è più fantascienza: pochi giorni fa i ricercatori di sicurezza hanno dato un nome al primo ransomware condotto interamente da un'intelligenza artificiale autonoma, capace di correggere da sola i propri errori più in fretta di qualsiasi hacker umano — lo hanno chiamato JadePuffer, ed è solo l'inizio. Il precedente più inquietante, in questo campo, non è nemmeno tecnico: un filone di ricerca aveva sostenuto di comunicare, tramite BCI, con pazienti completamente paralizzati e coscienti, arrivando a coinvolgere decisioni di fine vita — finché un whistleblower non ha portato alla ritrattazione dello studio da PLOS Biology per condotta scientifica scorretta nella raccolta dei dati. Gli autori si sono rifiutati di firmare la ritrattazione. Resta la domanda che nessuno vuole affrontare fino in fondo: cosa succede quando attribuisci una voce a qualcuno che non può verificarla né smentirla? E anche ammesso che la voce sia autentica, resta un ostacolo ancora più immediato: chi può permettersi di riaverla.

Nessuna BCI è ancora in vendita — Casey e Noland fanno parte di protocolli di ricerca, non hanno pagato nulla — ma le prime stime commerciali per Neuralink parlano di procedure da 10.500 dollari che potrebbero salire a 40-50.000 nella fase iniziale, mentre il settore nel suo complesso stima attorno ai 60.000 dollari il costo di un impianto pienamente funzionale. Il mercato è già concentrato per il 40% in Nord America, e più di un potenziale utente su quattro nei paesi emergenti resterebbe semplicemente escluso. Restituire una voce rischia di diventare, molto concretamente, un privilegio economico oltre che tecnologico.

Restituire una voce a chi l'ha persa è, senza esagerazione, un miracolo — Casey ne è la prova vivente. Ma un miracolo che gira su un'infrastruttura wireless, gestita da aziende private, con una password che non si può mai cambiare, non è più solo medicina: è una superficie d'attacco che nessuno sta ancora proteggendo come dovrebbe. La domanda giusta non è più se questa tecnologia funzioni — funziona, e in alcuni casi già benissimo. È chi avrà accesso a quella password, chi potrà permettersela, e cosa succederà il giorno in cui qualcuno, umano o macchina, imparerà a leggerla senza permesso.

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