Intelligenza artificiale: in Italia qualcosa si muove, e nessuno ne parla
A Roma, in questo momento, un algoritmo sta imparando a vedere quello che un medico non riesce a vedere ad occhio nudo. Lo fa su risonanze magnetiche muscolari, per una malattia rara di cui quasi nessuno parla. Nessun titolo di giornale. Nessuna conferenza stampa. Solo due ricercatori e un software che potrebbe cambiare la vita di migliaia di persone.
Quello che non fa notizia
Al Policlinico Gemelli di Roma, il neurologo Mauro Monforte e il radioterapista Luca Boldrini stanno lavorando a un progetto finanziato dalla fondazione telethon chiamato DEAL-FSHD. L'obiettivo è sviluppare modelli di intelligenza artificiale capaci di prevedere la progressione della distrofia muscolare facio-scapolo-omerale — una delle forme più diffuse di distrofia muscolare, caratterizzata da una debolezza progressiva che colpisce i muscoli di viso, spalle e arti. Una malattia silenziosa, che alterna periodi di rapida evoluzione a fasi di relativa stabilità, e che fino ad oggi era quasi impossibile prevedere nel suo andamento.
Lo strumento che usano si chiama radiomica: una tecnologia basata su algoritmi di intelligenza artificiale che estrae dalle risonanze magnetiche muscolari informazioni invisibili all'occhio clinico. Non sostituisce il medico — lo potenzia. Gli permette di vedere dove la malattia si muoverà, in quale muscolo, con quale velocità, per personalizzare la cura paziente per paziente. Il Gemelli segue oggi oltre 400 pazienti con questa patologia, metà dei quali arriva da altre regioni italiane.
Questo è un esempio di tecnologia usata con intelligenza. Non fa notizia. Non diventa virale. Ma cambia la vita delle persone — e dietro ci sono specialisti seri, che lavorano in silenzio e che meriterebbero molta più voce di quanta gliene venga data.
Il fatto che esista cambia il peso di tutte le domande che mi sono posta su questa tecnologia. Perché sì — non tutto è come il Gemelli.
La macchina e io
Per conoscere la "materia" bisogna informarsi e attraversarla, come fosse un fiume. Non puoi sapere quanto sarà forte la corrente nel momento in cui la tua partenza è la paura. Per questo motivo ho aperto questo piccolo mondo dove mettere in campo la riflessione.
Oggi i giorni hanno accelerato talmente tanto le nostre vite che non abbiamo più il tempo di pensare, di decidere. Spesso lasciamo decidere agli altri per mancanza di stimoli e troppa saturazione cognitiva. Ora, secondo la mia visione, siamo a un punto simile.
Siamo talmente immersi in una vita che non abbiamo chiesto, che l'abbiamo resa normale — dentro una scatola di non-normalità approvata. L'intelligenza artificiale sembra avere ormai questo effetto: ti dà l'illusione di arrivare ovunque, perché non conosci la macchina, e intanto lei ti svuota del ragionamento, prendendosi il carico intelligente di fare il lavoro per te.
Il mio primo approccio all'AI è stato uguale: pensavo di averla impugnata, di poter gestire tutto e che mi avrebbe risolto tutti i problemi della vita. E sicuramente il love bombing pubblicitario di questi ultimi anni non ha di certo aiutato un approccio calmo.
Col tempo ho rallentato l'uso e ho cercato di introdurre la ponderatezza, perché mano a mano che capivo cos'era, capivo la differenza tra usare uno strumento per "migliorare" — o usarlo per tirarne fuori tutta la linfa vitale — rendendomi conto che alla fine quella linfa stava uscendo solo da dentro di me. La macchina non soffre, non piange, non si preoccupa di aver fatto danni con le proprie informazioni. Un umano sì.
Lo stesso umano che usa l'intelligenza artificiale per avere risposte e risolvere problemi è lo stesso identico umano che prende in mano un software, lo imposta per assecondarlo e approvare quello che dice. Senza filtro. Senza distanza critica.
Non prendiamoci in giro: le macchine possono sollevare tonnellate, disegnare, ballare, saltare — e lo fanno meglio e più velocemente di noi. Ma non possiamo dire con certezza che lo facciano perché mosse da qualcosa di profondo, né che siano minimamente paragonabili alla coscienza umana. Certo, possono simulare un'emozione. Ma non possono sentirla.
Potremmo usarla per migliorare tantissimi aspetti che ci toccano da vicino. Nella vita quotidiana ci sono già tantissimi progressi in questo senso, solo che le persone sembrano confuse — o per lo meno, qualcuno, chissà dove, ha voluto confonderci. Io per prima lo ammetto.
La domanda che resta aperta è semplice: chi è responsabile quando la tecnologia viene usata male? Non la macchina — quella non ha intenzioni. Un episodio accaduto poche settimane fa racconta esattamente questo.
L'altra faccia
In Cina, precisamente a Urumqi, capoluogo dello Xinjiang, durante la Festa dei Bambini, un robot umanoide con una parrucca da clown si stava esibendo in una dimostrazione di arti marziali davanti al pubblico — grandi e piccini — quando ha sferrato un calcio rotante nello stomaco di un bambino che si trovava tra gli spettatori. Il piccolo è caduto a terra per il dolore. Il robot in questione è un Unitree G1, alto poco più di un metro e venti, circa 32 chili di peso, capace di movimenti rapidi e potenti. Il bambino fortunatamente non ha riportato conseguenze serie, ma la madre ha protestato duramente per la lentezza con cui lo staff è intervenuto, arrivando a sporgere denuncia.
La cosa fondamentale da capire è questa: il robot non stava agendo in autonomia. Era teleguidato da un operatore. Una combinazione di movimenti ampi, pubblico troppo vicino e terreno irregolare ha alterato la traiettoria — e il calcio è arrivato. La responsabilità non è della macchina, che non ha intenzioni. È di chi ha organizzato l'evento, scelto la coreografia e gestito male la sicurezza del pubblico.
Ma c'è un contesto più grande dietro a tutto questo. La Cina ha deciso di portare i propri robot fuori dai laboratori di ricerca per esporli sistematicamente al grande pubblico — nelle piazze, negli eventi turistici, persino al Gala televisivo del Capodanno Lunare, l'evento più seguito del Paese, dove all'inizio del 2026 robot umanoidi si sono esibiti in coreografie di Kung Fu davanti a milioni di spettatori. L'obiettivo è chiaro: normalizzare la presenza delle macchine nella vita quotidiana, mostrare al mondo la propria leadership tecnologica, e usare questi incidenti stessi come occasione di addestramento sul campo. Spingere i robot in ambienti imprevedibili è il modo più rapido per renderli capaci di gestire il mondo reale — anche a costo di qualche brutta figura. O di un calcio a un bambino.
Gli esempi potrebbero essere infiniti, ma il punto fondamentale è uno solo: la tecnologia, se usata con intelligenza, può stravolgere il mondo — in bene o in male. Sarà sempre e solo l'essere umano a decidere la direzione.
Dal robot in Cina che colpisce un bambino per un errore di calcolo, fino al chatbot più semplice che impara quali ragionamenti privilegiare in base a come lo usiamo — la macchina ci segue. Ci osserva, ci imita, si adatta. E lo fa a una velocità che noi umani non riusciamo nemmeno a immaginare.
Questo è il punto che spaventa davvero. Non la macchina in sé. Ma il fatto che mentre noi ancora discutiamo se fidarci o no, lei ha già imparato da noi. Ha già preso nota di chi siamo, di come ragioniamo, di cosa vogliamo — e di cosa temiamo. Il problema non è la velocità della tecnologia. È la lentezza con cui noi la stiamo comprendendo.
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