Clone di Photoshop scritto dall'IA (PhotoCraft): lo useresti?
ArtCraft è un progetto che ha clonato Photoshop e la suite Adobe con l'IA in pochi giorni. Cos'è, cosa funziona davvero e quali rischi corri.
Ok, parliamone, perché questa storia mi ha incuriosita più di quanto pensassi.
Tra fine settembre e inizio ottobre 2026 uno sviluppatore, Brandon Thomas, ha messo online sette programmi gratuiti che assomigliano moltissimo a quelli di Adobe: PhotoCraft per Photoshop, VectorCraft per Illustrator, FilmCraft per Premiere e così via. Fanno parte del progetto ArtCraft. Sono open source, cioè il codice è pubblico e chiunque può leggerlo, scaricarlo e cambiarlo. Li avrebbe costruiti con Claude Opus 5.5, e lo dice lui, io non ho modo di verificarlo. Il primo commit su GitHub è del 30 settembre.
Pochi giorni, un uomo, sette programmi. Questo è il dato che mi è rimasto in testa. Non quello che i programmi sanno fare oggi, ma quanto è stato breve il percorso.
Perché per decenni una parte della forza di Photoshop è stata proprio la fatica di rifarlo. Era il muro attorno al giardino, e quel muro teneva in piedi anche i prezzi, gli abbonamenti, le penali per uscirne. A marzo 2026 Adobe ha chiuso con il Dipartimento di Giustizia americano un accordo da 150 milioni di dollari proprio su queste pratiche, negando ogni illecito. Secondo alcune testate, Thomas ha costruito i suoi cloni anche per la rabbia contro quelle penali. Se è vero, c'è qualcosa di quasi poetico: un muro alto che si scavalca per ripicca.
Ma hanno copiato?
Se lo chiedono tutti. Finora nessuno ha portato prove di codice copiato, e il codice di Adobe è segreto. Nelle discussioni gira un'espressione, clean room, "stanza pulita": un metodo nato per le persone, in cui una squadra studia l'originale e un'altra scrive senza averlo mai visto. Con un'IA addestrata su montagne di codice quella separazione è difficile da garantire e difficile da smentire. Questo è un ragionamento, non un fatto, e chi dubita porta dubbi, non prove. Poi ci sono le somiglianze nell'aspetto, che chiamano in causa il trade dress, cioè la tutela dell'aspetto di un prodotto, e i brevetti, che proteggono i metodi e non il codice. Riscrivere da zero non basta a evitarli. Dal lato di Adobe non ho trovato commenti.
Quanto funziona davvero
Qui ci ho messo un po' a trovare i numeri, perché non stanno in un posto solo: li ho ricostruiti dalle cronache. Il progetto stesso si definisce "early alpha" e il suo README lo ammette senza giri di parole. Nei confronti riportati, di 256 file creati in Photoshop solo 133 vengono resi identici al pixel, e solo 5 test su 30 sui filtri tornano uguali all'originale. Il README avverte anche che un file risalvato non è identico all'originale: tradotto, aprire un lavoro vero e salvarci sopra può alterarlo. Se vuoi provarli, non aprirci mai i tuoi file originali: fai prima una copia del lavoro e prova su quella.
La cosa che mi ha fatta sorridere è che il progetto ha cambiato più volte la propria stima. Il 3 ottobre si dichiarava completo all'82%, il 5 ottobre ha corretto in "25-35% davvero usabile", il 10 era al 45%. Non lo leggo come furbizia, quanto come la difficoltà di misurare qualcosa che una macchina ha scritto in fretta. Nello stesso README c'è una frase che dice tutto: i controlli sui menu "misurano il cablaggio, non il comportamento". Il pulsante c'è, ma non è detto che faccia la cosa giusta.
E la sicurezza?
Un editor di immagini apre file che arrivano da fuori, e i lettori di formati sono da sempre un punto dove gli attaccanti cercano falle: basta un file costruito apposta. Il README parla di fuzzing, di rafforzamento dei lettori e di installer firmati. Sono buoni segnali, ma una dichiarazione non è un controllo indipendente, e non ho trovato nessun audit pubblicato. Non ho nemmeno trovato vulnerabilità segnalate, quindi non c'è nulla di allarmante da raccontare. Il progetto prevede anche più di 500 comandi pilotabili da script e da agenti IA: è potente, ma è un'altra superficie da tenere d'occhio. Per PhotoCraft la selezione intelligente gira in locale, "senza cloud né account", e il codice è sotto licenza MIT o Apache. ArtCraft, l'app madre, invece si collega a servizi esterni come Grok, Midjourney e Sora: lì vale la solita regola su cosa carichi.
C'è poi il rischio più banale e probabile: l'imitazione. Quando un progetto diventa virale compaiono le copie. Una ricerca su GitHub restituisce quasi 200 repository con "photocraft" nel nome: alcuni sono strumenti collegati, altri omonimi senza alcun legame, e almeno uno si presenta come un installer di "Photoshop 2026" con quattro stelle contro le oltre 65.000 dell'originale. Il consiglio è uno solo: parti sempre dal repository ufficiale linkato dal progetto, mai da un link trovato in un commento o in un video.
Quello che resta
Il punto, a pensarci bene, non è che un clone batte Adobe. Non la batte. È che il costo per far nascere un programma che sembra un altro è crollato, mentre il costo per verificarlo no. Un programma scritto in fretta che sembra a posto è la combinazione che gli attaccanti preferiscono. Ma vale anche il contrario: un codice aperto si può controllare riga per riga, cosa che con Photoshop nessuno di noi può fare. Se un'altra IA, o una squadra di persone, lo controllasse con la stessa rapidità con cui è stato scritto, la velocità che oggi è il problema domani potrebbe diventare la soluzione. Nel frattempo c'è un periodo in cui il codice è pubblico e nessuno lo sta davvero guardando. Con Adobe c'è un'azienda da chiamare quando qualcosa va storto. Con un clone gratuito e nuovo, guardare tocca a te.
E tu? Ti fideresti di un programma scritto da un'IA in pochi giorni, se è gratis e puoi leggerlo riga per riga? Oppure ti terresti l'abbonamento, penale compresa? Dimmi cosa ne pensi nei commenti, perché su questo non ho una risposta certa.
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- GitHub: README di PhotoCraft
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