Da Turing a McAfee: le istituzioni chiedono scusa solo ai morti
Sei storie di chi ha cambiato la tecnologia, e di casi archiviati ma mai davvero chiariti.
Nel novembre del 2019 John McAfee, l'uomo il cui nome è ancora stampato su milioni di antivirus, si fece tatuare sul braccio una parola: $WHACKD. Poi pubblicò la foto su Twitter con un messaggio: se un giorno fosse morto "suicida", non sarebbe stato lui. Qualcuno lo avrebbe fatto fuori.
Un anno dopo era in un carcere vicino a Barcellona, arrestato per evasione fiscale su richiesta degli Stati Uniti. Da lì scrisse che stava bene, che aveva degli amici, che il cibo era buono. E aggiunse: "Sappiate che se mi impicco, alla Epstein, non sarà colpa mia."
Il 23 giugno 2021 un tribunale spagnolo approvò la sua estradizione. Poche ore dopo McAfee fu trovato morto nella sua cella. L'autopsia parlò di suicidio. La vedova contestò, chiese nuovi accertamenti, fece ricorso. Nel 2023 il tribunale di Barcellona chiuse il caso in via definitiva: nessun elemento sospetto. Per anni, nel frattempo, il corpo è rimasto in un obitorio.
Voglio essere chiaro fin da subito: non scriverò che McAfee è stato ucciso. Non ci sono prove, e McAfee era un uomo che mentiva per mestiere, che costruiva il proprio personaggio un tweet alla volta, che è stato accusato di aver truffato i suoi follower con le criptovalute. Proprio per questo il suo caso mi interessa. Perché la domanda giusta non è chi lo ha ucciso. La domanda giusta è un'altra: perché quando muore qualcuno di scomodo la versione ufficiale non convince quasi mai nessuno?
E McAfee non è il primo. Non è nemmeno il più importante.
Il più importante di tutti morì nel 1954, in Inghilterra, accanto a una mela morsa. Si chiamava Alan Turing, e senza di lui il computer su cui stai leggendo non esisterebbe nella forma che conosci. Durante la guerra aveva contribuito a decifrare Enigma, il codice della marina tedesca. Pochi anni dopo lo stesso Stato che aveva servito lo processò per omosessualità, e gli fece scegliere tra il carcere e una castrazione chimica. Scelse la seconda.
Morì avvelenato da cianuro. Il verdetto fu suicidio. Quello che pochi sanno è che quella mela, il simbolo che tutti associano alla sua morte, non venne mai analizzata. Alcuni studiosi ancora oggi ritengono possibile un incidente, legato agli esperimenti chimici che conduceva in casa. Non lo sapremo mai.
Sappiamo invece un'altra cosa, ed è questa che deve far riflettere. Il governo britannico ha chiesto scusa a Turing nel 2009. La grazia della regina è arrivata nel 2013. Cinquantanove anni dopo. E solo nel 2017 una legge, che porta il suo nome, ha esteso la stessa grazia alle altre decine di migliaia di uomini condannati per la stessa ragione. Prima il genio, poi, forse, gli altri. Sempre da morti.
Tieni a mente questa sequenza, perché si ripete.
Aaron Swartz aveva quattordici anni quando partecipò alla definizione di RSS, la tecnologia che ancora oggi fa arrivare notizie e podcast sui nostri telefoni. Poi contribuì a Creative Commons, poi a Reddit. Credeva che la conoscenza, soprattutto quella pagata con soldi pubblici, dovesse essere libera.
Tra il 2010 e il 2011 collegò un computer alla rete del MIT e scaricò milioni di articoli accademici dall'archivio JSTOR. JSTOR stesso, dopo aver recuperato i file, non volle andare avanti. La procura federale sì. Swartz si ritrovò accusato di reati che, sommati, potevano valere fino a trentacinque anni di carcere. Per aver scaricato degli articoli scientifici.
Nel gennaio 2013 si tolse la vita. Aveva ventisei anni. Sulla sua morte nessuno avanza dubbi: il dubbio, qui, riguarda tutto quello che l'ha preceduta. Poco dopo la sua morte fu presentata al Congresso americano una proposta chiamata Aaron's Law, per correggere la legge sui crimini informatici che l'aveva travolto, una legge talmente vaga da poter trasformare quasi chiunque in un criminale. Quella proposta si è arenata in commissione, è stata ripresentata nel 2015, e non è mai stata approvata. Qualche limite, anni dopo, l'ha messo la Corte Suprema, nel 2021, decidendo un caso che con Swartz non c'entrava nulla.
Turing ha ricevuto le scuse dopo cinquantanove anni. Swartz, dopo più di tredici, non ha ricevuto nemmeno quelle.
Ci sono poi storie che in Italia quasi nessuno conosce.
Nel 1998, a Berlino, un giovane hacker del Chaos Computer Club, il più famoso collettivo di hacker d'Europa, sparì nel nulla. Il suo nome era Boris Floricic, ma tutti lo conoscevano come Tron. Si era occupato di smart card delle pay TV e aveva progettato, per la sua tesi, un telefono capace di cifrare la voce: una cosa che negli anni Novanta non piaceva a molti. Cinque giorni dopo la scomparsa fu trovato morto in un parco. Suicidio, disse la polizia, e nel 2001 la procura chiuse le indagini. La famiglia e diversi membri del club non ci hanno mai creduto.
Aveva ventisei anni. Come Swartz.
Ma il dettaglio più sorprendente arriva sette anni dopo. Tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006 i genitori di Tron fecero causa a Wikipedia per impedire che venisse pubblicato il vero nome del figlio. Per alcune settimane riuscirono persino a far bloccare l'indirizzo wikipedia.de, finché un tribunale di Berlino diede loro torto. Una famiglia che non riesce ad avere la verità sulla morte del figlio, e allora lotta almeno per controllare cosa resta di lui in rete. Tienilo a mente anche questo.
E poi c'è Danny Casolaro, un giornalista americano che nel 1991 stava lavorando a un'inchiesta che chiamava "la Piovra". Al centro c'era un software, PROMIS, nato per gestire le pratiche delle procure. Un giudice fallimentare era arrivato a scrivere che il Dipartimento di Giustizia se ne era appropriato con "inganno, frode e raggiri" (la sentenza fu poi annullata per questioni di competenza), e secondo le accuse quel programma sarebbe stato venduto a governi stranieri con una porta nascosta per spiarli. Casolaro aveva detto alla sua famiglia di non credere a un eventuale incidente, se gli fosse successo qualcosa. Nell'agosto del 1991 fu trovato morto in un hotel del West Virginia, dove, secondo i suoi appunti, doveva incontrare una fonte. Il verdetto fu suicidio. I documenti dell'inchiesta che portava con sé non sono mai stati ritrovati.
Trent'anni prima del tatuaggio di McAfee, la stessa frase. E lo stesso finale.
L'ultima storia non è storia. È cronaca.
Suchir Balaji aveva lavorato quattro anni in OpenAI, l'azienda di ChatGPT. Nell'ottobre del 2024 decise di parlare pubblicamente: secondo lui il modo in cui venivano addestrate queste intelligenze artificiali violava il diritto d'autore. Il suo nome finì negli atti delle cause contro l'azienda, come persona in possesso di informazioni rilevanti. Il 26 novembre 2024 fu trovato morto nel suo appartamento di San Francisco. Aveva ventisei anni.
Il medico legale ha concluso per il suicidio, la polizia non ha trovato prove di reato. I genitori non lo accettano. Hanno pagato un'autopsia privata. E nel settembre 2025 hanno fatto causa ai proprietari del palazzo, sostenendo che siano stati consegnati solo due giorni di registrazioni delle telecamere invece dei sette richiesti, che l'amministratore che aveva mostrato loro i video sia stato licenziato subito dopo, e che nell'appartamento sia stato installato un aspiratore senza avvisare nessuno. Sono accuse della famiglia, e un tribunale dirà se hanno fondamento. Ma dicono già molto.
Metti in fila queste storie e noti una cosa. In ognuna, il dubbio nasce nello stesso punto: dove dovrebbero esserci delle prove, e invece c'è un vuoto. I documenti di Casolaro spariti. I filmati di Balaji incompleti. I famosi 31 terabyte di segreti che McAfee diceva di aver nascosto, pronti a uscire se gli fosse successo qualcosa, e di cui non si è mai vista traccia.
Oggi la verità su una morte passa quasi sempre dai dati: telefoni, account, telecamere, registri degli accessi. Ed è qui che si trova la parte che dovrebbe preoccupare tutti, non solo chi ama i misteri. Quei dati non appartengono ai morti, e quasi mai alle loro famiglie. Li custodiscono la polizia, le piattaforme, i proprietari degli edifici. Chi resta deve chiedere, pagare avvocati, aspettare, fare causa. La famiglia di Tron non poteva avere la verità e ha lottato per cancellare il nome del figlio. La famiglia di Balaji lotta per avere cinque giorni di video. Due battaglie opposte con la stessa radice: dopo la morte, la tua identità digitale non è più tua, e non è nemmeno di chi ti amava.
Ti sei mai chiesto chi potrà accedere al tuo telefono, domani?
Perché allora, davanti a tanti dubbi, non si fa nulla? Non serve immaginare complotti per rispondere. Basta guardare come funziona il sistema.
Un caso archiviato non significa che sia stato dimostrato che non è successo niente. Significa che non sono state trovate prove sufficienti. Ma per le istituzioni la differenza finisce lì: il fascicolo è chiuso, e riaprirlo costa. Costa a chi lo chiede, cioè alle famiglie, che devono pagarsi le perizie, gli appelli, gli avvocati. I whistleblower vengono protetti finché parlano, molto meno quando diventano testimoni scomodi. E quando le persone coinvolte sono personaggi controversi, come McAfee, è ancora più facile chiudere in fretta: tanto, chi si metterà a difenderlo?
Quel vuoto, però, non resta vuoto. Lo riempie qualcun altro. Subito dopo la notizia della morte di McAfee, sul profilo Instagram a suo nome (un account che lui stesso, anni prima, aveva detto di non gestire) comparve una "Q", rimossa poco dopo. I seguaci di QAnon ci costruirono sopra una mitologia intera. Ogni volta che un'istituzione sceglie di non spiegare, regala il racconto a chi ha interesse a manipolarlo. La mancanza di trasparenza non spegne il complottismo. Lo produce.
E alla fine cosa resta di queste persone? Turing ci ha lasciato l'informatica. Swartz un pezzo del web aperto che usiamo ogni giorno. Tron l'idea che la cifratura potesse essere uno strumento dei cittadini e non solo dei governi. Casolaro ha acceso una luce su un software di sorveglianza quando quasi nessuno sapeva cosa fosse. Balaji ha posto la domanda che oggi tutti fanno sull'intelligenza artificiale: a chi appartiene quello che la nutre? E perfino McAfee, con tutte le sue ombre, ha inventato il modo in cui ancora oggi compriamo la nostra sicurezza digitale.
Hanno fatto parte di qualcosa di importante. E in quasi tutti i casi, le istituzioni lo hanno riconosciuto solo quando non potevano più dare fastidio.
Per Turing ci sono voluti cinquantanove anni. Per Swartz non è ancora arrivato nulla.
Per Balaji, quanto dovremo aspettare?
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Fonti
- Newsweek – I tweet di McAfee e le teorie sulla sua morte
- France24 – Un anno dopo, il corpo di McAfee ancora in obitorio
- Catalan News – Il tribunale respinge la riapertura del caso McAfee
- South China Morning Post – QAnon e la morte di McAfee
- Newsweek – Il post "Q" su Instagram e il dead man's switch
- Al Jazeera – Alan Turing riceve la grazia (2013)
- Royal Society – Alan Turing's Law
- ABC Science – Alan Turing e la mela
- Wikipedia – Alan Turing
- EFF – Aaron's Law ripresentata (2015)
- EFF – La sentenza Van Buren sul CFAA
- Congress.gov – Van Buren v. United States
- Wikipedia – Tron (hacker)
- Wikipedia Signpost – La causa della famiglia di Tron (2006)
- Wikinews – Revocata l'ingiunzione contro Wikimedia Germania
- National Archives – The Octopus (Danny Casolaro)
- Wikipedia – Inslaw e il caso PROMIS
- Wikipedia – Danny Casolaro
- NBC News – Suchir Balaji trovato morto a 26 anni
- ABC7 – I genitori di Suchir Balaji contestano il verdetto
- SF Standard – La causa dei genitori di Balaji
- Courthouse News – La causa contro il complesso residenziale