Gli occhiali che possono filmarti, e tu non lo sapresti mai

Occhiali che vedono, ascoltano e rispondono: la meraviglia è vera. Ma tra chi guarda i filmati e chi li gira a insaputa degli altri, l'unica protezione è una piccola luce che il garante privacy di Amburgo giudica insufficiente.

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Gli occhiali che possono filmarti, e tu non lo sapresti mai

C'è un modo di guardare le nuove tecnologie che è fatto di meraviglia, e non è sbagliato. Quello che per decenni abbiamo visto solo nei film oggi si compra in un negozio di ottica: occhiali che parlano, che vedono, che rispondono. La parte di noi che è cresciuta con la fantascienza non può che restarne affascinata.

Poi c'è l'altro modo di guardare, quello che chiede la realtà dei fatti. E la realtà è che stiamo costruendo un mondo in cui non sappiamo più dove inizia e dove finisce la nostra intimità. Un paio di occhiali con una telecamera, preso da solo, sembra quasi niente. Il punto è cosa succede quando ne vedi in molti posti e non sai chi li porta né per cosa li usa. Nel 2025 Meta ne ha venduti nel mondo circa sette milioni, fra tutti i modelli, secondo una nota del rapporto del garante privacy di Amburgo di cui parliamo più sotto. A chi ti sta davanti non arriva nessun avviso, a parte una piccola luce sul frontale.

Prima ancora di chiederci chi li indossa, chiediamoci chi guarda quello che registrano. A fine febbraio due quotidiani svedesi, Svenska Dagbladet e Göteborgs-Posten, hanno raccontato che i filmati degli occhiali venivano esaminati da lavoratori di un subappaltatore in Kenya, Sama, con sede operativa a Nairobi, anche con scene girate dentro le case degli utenti. Le cause depositate a marzo in California contestano a Meta di non aver spiegato chiaramente che a guardare i video possono essere anche persone. Meta ha confermato che in alcuni casi i dati possono essere condivisi con collaboratori, e precisa che i contenuti restano sul dispositivo se l'utente non sceglie di condividerli. Sono accuse: nessun giudice ha ancora deciso. Ma pensaci: chi è stato ripreso, in quel salotto, non ha mai accettato niente.

Poi c'è un altro modo di essere guardati, che nessuna azienda ha progettato ma che ha trovato un pubblico: le persone che filmano per mestiere. Nel gennaio di quest'anno la BBC ha trovato "dozzine di influencer maschi" su TikTok e Instagram che usano questi occhiali per filmare donne a loro insaputa. Dilara, 21 anni, è stata ripresa durante la pausa pranzo: il video ha superato 1,3 milioni di visualizzazioni e mostrava il suo numero di telefono. È stata sommersa di messaggi e chiamate. Toluwa Omitowoju ha scoperto di essere stata ripresa per uno scherzo da rimorchio quando le hanno mandato il video: "probabilmente oltre 200.000 visualizzazioni", ha detto alla CBS, e "non ho avuto voce in capitolo". Nessuna delle donne sentite dalla BBC aveva notato la luce.

Il meccanismo non è un incidente: filmare di nascosto rende. Ricercatori dell'Università di Sydney hanno analizzato 350 video Instagram pubblicati tra settembre 2023 e marzo 2026 e hanno trovato una correlazione chiara tra quanto la ripresa è nascosta e quanto è pesante la molestia. A luglio il capo di Instagram, Adam Mosseri, ha detto che i video che "approfittano delle persone e le molestano", citando proprio quelli stile "pickup line", saranno rimossi. Il 12 agosto la giornalista di 404 Media scriveva di aver trovato "pagine e pagine di Reel" ancora online.

E la legge cosa dice? Il 10 settembre il garante privacy di Amburgo ha pubblicato un rapporto di 53 pagine dopo aver smontato un paio di occhiali Meta. La conclusione: riprendere persone riconoscibili fuori dalla cerchia di amici e familiari, in pratica, non è ammissibile salvo rari casi, perché un consenso informato non si può ottenere davvero. La luce non basta, si vede solo da certe posizioni e si può coprire con del nastro scuro. E per i "street prank" l'interesse a fare clic, scrive il rapporto, in genere cede davanti ai diritti delle persone riprese.

Meta risponde che la luce non si può spegnere e che la telecamera si disattiva se viene coperta. Un produttore della CBS l'ha coperta a registrazione già avviata, e la protezione non è scattata; Meta precisa che il sistema serve a impedire l'avvio se la luce è coperta prima.

Nessuna di queste storie dimostra da sola che gli occhiali siano pensati per spiare. Ma mostrano quanto poco ci voglia. Nel 2024 due studenti di Harvard hanno collegato degli occhiali Meta al servizio di riconoscimento facciale PimEyes: dal volto di uno sconosciuto il sistema risaliva a nome, numero di telefono, indirizzo e familiari. Era una dimostrazione per sensibilizzare, e hanno detto che non avrebbero pubblicato il codice. Ma ha fatto vedere che il problema non è l'occhiale: è tutto quello che si può attaccare a un occhiale. E il numero di telefono nel video di Dilara dice il resto: un volto e un dato bastano a trasformare una persona qualsiasi in una persona rintracciabile da milioni di sconosciuti.

E qui entra la sicurezza informatica, che per noi è sempre il punto. Una registrazione, una volta fatta, esiste: sta su un server, su un telefono, su un account social, e può finire dove nessuno aveva previsto. Chi è stato ripreso non ha nessun registro da consultare, perché non sa nemmeno di essere stato registrato.

Non chiediamo di rifiutare la tecnologia. Ma pensaci: oggi la nostra unica protezione, quando qualcuno ci guarda con questi occhiali, è una piccola luce. Una luce che il garante di Amburgo giudica insufficiente a informare, e che una prova della CBS ha aggirato. Se è questo il confine tra ciò che è mio e ciò che è di tutti, forse vale la pena chiedersi chi lo sorveglia.

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