Non è colpa tua — Millennial, Gen Z e il Paese che non lascia spazio per costruire

C'è una generazione che ha fatto tutto quello che le era stato detto. E una che guarda il risultato e non si riconosce nel futuro offerto. Affitti che crescono, salari fermi, aiuti pensati per chi è già in piedi. Millennial e Gen Z: storie diverse, stessa domanda senza risposta.

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Non è colpa tua — Millennial, Gen Z e il Paese che non lascia spazio per costruire

Siamo tutti collegati da un filo rosso.

Generazione Z e Millennial: percorsi divisi, ma paralleli — uno che fa da specchio all’altro. Età diverse, punti di partenza diversi, eppure la stessa domanda rimasta senza risposta: come si costruisce una vita in un Paese che non ti lascia spazio per farlo?

Da sempre si sentono le solite frasi: “voi giovani non volete lavorare.” Mi sono sempre chiesta perché negli adulti ci sia questa voglia di spegnere le aspirazioni di chi viene dopo — senza la lucidità, senza l’empatia di capire che siamo arrivati a un punto morto.

Noi abbiamo studiato. Abbiamo cambiato lavoro dopo lavoro con la speranza, giorno per giorno, di costruire qualcosa — o almeno di crederci ancora. Ci siamo ritrovati con pochissime scelte e con una consapevolezza costante, logorante: che anche se ti impegni, anche se fai dieci, tredici ore al giorno, non ti basterà mai per costruire quello che ti eri promesso.

E non è semplice, in queste condizioni, rimanere interi.

C’è un senso di abbandono nell’aria. O hai una famiglia alle spalle che ti sorregge, o ti ritrovi come un carro a cui manca una ruota — puoi spingerlo quanto vuoi, non va dritto. E i numeri in Italia lo confermano senza possibilità di replica.

Il 4 maggio 2023, una ragazza di nome Ilaria Lamera ha piantato una tenda davanti al Politecnico di Milano. Ingegneria ambientale, quarto anno, 23 anni. Lo slogan era semplice e chirurgico: “Senza casa, senza futuro.”

“I costi di Milano non permettono a studenti con famiglie normali alle spalle di prendere stanze in affitto. Io avevo trovato singole da 600 euro spese escluse, non potevo permettermele.”

Nel giro di pochi giorni, le tende sono comparse davanti a ogni ateneo italiano. Roma, Firenze, Venezia. Dormire per strada per dimostrare che non ci si può permettere un tetto. Anche la rettrice del Politecnico Donatella Sciuto lo ha detto senza giri di parole: “Milano è una città per persone anziane e ricche.”

La risposta del sistema? Il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro, intervistato dai giornalisti: “Tu non meriti di diventare laureato, perché se ti fai fregare 700 euro per un posto letto non meriti di diventare classe dirigente.”

Oggi, due anni dopo quella tenda, una stanza singola a Milano costa in media 1.137 euro al mese. A Roma, le stanze per studenti fuori sede sono aumentate del 47% in un solo anno. I 700 euro per cui Brugnaro li ha insultati sono ormai il minimo sognato.

E noi li capiamo. Perfettamente — perché quella tenda l’avremmo potuta piantare anche noi, dieci anni prima. Solo che non l’abbiamo fatto. Abbiamo stretto i denti, firmato contratti capestro, accettato stage non pagati, cambiato città. Abbiamo fatto tutto quello che ci avevano detto di fare. E ci siamo ritrovati comunque con la stessa domanda senza risposta: quando inizia davvero?

Il 43% degli under 35 guadagna meno di mille euro al mese. Nel 1985 il divario salariale tra chi aveva meno di 35 anni e chi ne aveva più di 55 era del 15%. Oggi supera il 30%. Il sistema non ha smesso di peggiorare — ha solo cambiato i volti di chi sta aspettando.

Ma c’è qualcosa di cui non si parla. Qualcosa che i dati registrano in silenzio.

In Italia si suicidano in media 11 persone al giorno. Più di 300 al mese. Tra i giovani under 30, è una delle principali cause di morte — dati ISS. Nel 2024, oltre 6.700 persone hanno chiamato Telefono Amico perché stavano pensando di togliersi la vita. Nei primi sei mesi del 2025 erano già 3.000.

L’Italia non ha un piano nazionale di prevenzione del suicidio. Non esiste un sistema di monitoraggio in tempo reale. Esiste il silenzio.

Ed è un peccato — perché i dati potrebbero esistere, se ci fossero le strutture per raccoglierli. Nel 2025, con gli strumenti di analisi che abbiamo a disposizione, i fenomeni sociali più urgenti — la precarietà, i suicidi, la salute mentale — continuano ad avere fotografie incomplete o aggiornate con anni di ritardo. Senza dati precisi si rimane indietro nella ricerca, nelle politiche, nelle risposte. È una lacuna che costa cara, e che in Italia si sente più che altrove.

Non stiamo parlando di debolezza. Stiamo parlando di persone che hanno fatto i conti — con l’affitto, con lo stipendio, con gli anni che passano — e non hanno trovato il modo di starci dentro. Questo non è un problema di carattere. È un problema strutturale che nessuno vuole chiamare con il suo nome.

Eppure — nonostante tutto questo — c’è ancora chi ci prova. Chi alza la testa, si siede davanti a un computer e cerca: bandi regionali, agevolazioni, contributi per avviare un’attività.

Ho 33 anni. Ho fatto quella ricerca. Ho aperto i moduli, letto i requisiti, sperato.

E poi ho fatto i conti.

Per accedere agli aiuti devi dimostrare di avere già una parte dei fondi. Per ottenere il contributo devi aver già investito. Per essere supportata a partire, devi essere già partita. Il paradosso è talmente assurdo che sembra quasi costruito su misura per escludere chi ne ha più bisogno: chi ha i soldi accede agli aiuti, chi non li ha non può nemmeno fare domanda.

Non è una svista. È il sistema che filtra. Che seleziona. Che aiuta chi è già in piedi e lascia a terra chi sta provando ad alzarsi.

Ti ritrovi lì — con un’idea chiara, con la voglia, con anni di esperienza alle spalle — e ti scontri con un modulo che ti chiede quello che non hai. E torni a casa con la stessa domanda di prima: da dove si comincia, se il punto di partenza è già troppo lontano?

Questo articolo nasce da lì. Non per lamentarsi. Ma per dire ad alta voce quello che troppi vivono in silenzio: che il problema non sei tu. Che il sistema ha delle crepe enormi, e quelle crepe hanno un nome, un volto, un’età.

Trentadue anni. Trentatré. Ventisei. Ventotto.

Siamo qui. E meritiamo risposte vere.


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Fonti:

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