Il tablet a scuola nessuno lo controlla: cyberbullismo, 13 anni dopo Carolina

Dal 2025 lo smartphone è vietato nelle scuole italiane, ma il tablet resta in mano ai ragazzi ore ogni giorno. Il caso di Carolina Picchio e i dati ISTAT mostrano che il cyberbullismo non è mai stato un problema di dispositivo.

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Il tablet a scuola nessuno lo controlla: cyberbullismo, 13 anni dopo Carolina

Il 5 gennaio 2013 Carolina Picchio si toglie la vita a Novara. Ha 14 anni. Prima di allora, per mesi, un video di un'aggressione subita a una festa gira tra i cellulari dei suoi compagni, accompagnato da insulti che non si fermano mai, nemmeno di notte. Carolina lascia un messaggio prima di morire: «Voi mi avete fatto questo, ma io vi perdono lo stesso.» È il caso che in Europa apre gli occhi su cosa significhi davvero il cyberbullismo — non uno scherzo che finisce quando suona la campanella, ma una persecuzione che entra in camera da letto attraverso uno schermo che non si spegne mai.

Sono passati tredici anni. E se si legge oggi quella storia, non suona come cronaca d'archivio: suona come qualcosa che potrebbe succedere questa settimana, in una classe qualsiasi. Questo è il punto scomodo da cui partire: il fenomeno non è invecchiato di un giorno.

Nel frattempo qualcosa, sulla carta, è cambiato. Dal 1° settembre 2025 lo smartphone è vietato in tutte le scuole italiane, dalle elementari alle superiori, per effetto della circolare del ministro Valditara: si consegna all'ingresso o resta spento nello zaino. L'obiettivo dichiarato è restituire attenzione e concentrazione alle lezioni.

Ma c'è un limite che nessuna circolare può superare: il divieto vale dentro l'aula, non nella vita dei ragazzi. Il cyberbullismo non si ferma perché a scuola non si può usare il telefono — semplicemente aspetta. Appena i ragazzi escono da quella porta, il telefono torna in tasca, i gruppi chat restano attivi, e tutto riparte esattamente da dove si era fermato al suono della campanella. Usciti da lì, potrebbe essere la giungla.

E in quella giungla c'è un fattore che non è affatto una cosa da poco: la velocità con cui si agisce per fermare la diffusione di foto o video di chi sta subendo cyberbullismo. Nel caso di Carolina, quel video ha continuato a girare per mesi prima che qualcosa si fermasse — e in quei mesi si è consumata la parte più grave di tutta la vicenda.

In Italia esistono da anni leggi che fissano tempi precisi per intervenire su questo tipo di contenuti — le trovi riassunte in fondo all'articolo, con le fonti verificate. Ma quei tempi contano solo se qualcuno si accorge in tempo e fa la segnalazione: la legge interviene dopo che qualcuno ha già visto e agito. Il collo di bottiglia non è mai stato lì.

Non voglio demonizzare gli strumenti digitali, e non è mia intenzione chiedere uno stop definitivo della tecnologia nella vita dei più giovani. Ma il punto è un altro, ed è un punto che nessuno sembra voler affrontare fino in fondo: se si introduce una legge per rendere le giovani menti più concentrate e più lucide, allora bisognerebbe avere il coraggio di dire che sostituire carta e penna con un tablet — solo perché a qualcuno sembra la scelta più moderna, più accettabile — non porta a quel risultato. Mi spiace, signore e signori, ma non è così. Scrivere a mano non è solo tracciare dei segni: è un gesto lento, che costringe la mente a rallentare insieme alla mano, a scegliere una parola prima di lasciarla sul foglio invece di poterla cancellare con un tocco. È il tempo che manca a tutti, oggi, e che nessuno sembra disposto a restituire ai ragazzi solo perché non produce un numero da mettere in una statistica. Fa rabbia pensare che nessuno si sia indignato abbastanza per qualcosa che è il sale della vita: scrivere. Scrivere su un foglio, sentire l'odore della carta, vedere la propria calligrafia che cambia col tempo e che, alla fine, è l'unica firma che nessun altro al mondo può replicare.

Togliere carta e penna ai ragazzi, a mio parere, li allontanerà sempre di più da un romanticismo che forse a molti adulti sembra un lusso superato — e invece è una delle poche cose che ancora li lega, fisicamente, a chi è venuto prima di loro: genitori e nonni che hanno imparato a scrivere allo stesso identico modo, con la stessa fatica delle prime lettere storte. Oltre al romanticismo si perde un senso di appartenenza che non si insegna, si eredita: per qualcuno non significherà nulla, lo capisco. Ma per qualcun altro significherà tutto — significherà avere ancora un oggetto fisico, imperfetto, proprio, in un'infanzia che rischia di passare interamente dentro uno schermo che è sempre e comunque di qualcun altro.

E infatti il dispositivo che resta legittimamente in mano ai ragazzi, ore ogni giorno, sotto gli occhi degli insegnanti, non è un quaderno: è il tablet scolastico — lo strumento didattico che nessuno pensa di dover sorvegliare, perché è «quello buono», quello fornito dalla scuola per studiare.

Ed è qui che il divieto mostra il suo punto cieco. Un dispositivo pensato per la didattica ha comunque una tastiera, un browser, spesso accesso a chat e piattaforme di condivisione file — e viene percepito, da chi dovrebbe controllarlo, come intrinsecamente sicuro solo perché è istituzionale. Nella pratica la sicurezza reale di questi tablet varia moltissimo da scuola a scuola: credenziali condivise tra più studenti, profili non individuali, filtri di contenuto configurati una volta e mai aggiornati, nessun log di chi ha scritto cosa a chi. Il device che doveva essere la versione controllata del telefono finisce per essere, in molti istituti, meno tracciabile di un telefono personale — perché nessuno immaginava di doverlo trattare come un potenziale canale di molestie.

I numeri dicono che il problema non si è affatto ridotto, si è solo travestito. Secondo l'ultima rilevazione ISTAT, il 68,5% dei ragazzi tra 11 e 19 anni ha subito almeno un episodio offensivo, aggressivo o di esclusione, online o offline; per il 34% si parla specificamente di cyberbullismo. La fascia più colpita è proprio quella degli 11-13enni — l'età della scuola media, l'età del tablet in classe — con quasi il 29% delle ragazze e il 23% dei ragazzi che dichiara di averlo subito. La Fondazione Carolina, nata dal nome di quella ragazza di Novara, oggi gestisce un servizio di intervento d'emergenza che negli ultimi due anni ha seguito 274 casi, con la concentrazione più alta in Lombardia.

Non è un dettaglio da poco che l'organizzazione nata per commemorare una vittima del 2013 sia ancora, tredici anni dopo, un servizio operativo e necessario. Non è un archivio della memoria. È un pronto soccorso attivo.

Il divieto di smartphone probabilmente riduce le distrazioni in classe, ed è una misura ragionevole. Ma equivoca la natura del problema. Il cyberbullismo non è mai stato una questione di hardware — è potere esercitato tra pari, che si adatta a qualsiasi canale gli venga lasciato aperto e non sorvegliato. Cambiare il dispositivo senza cambiare chi controlla, chi interviene, chi riconosce i segnali, sposta solo il perimetro del problema, non lo riduce.

Quello che la storia di Carolina dimostra, tredici anni dopo, è che la variabile decisiva non è mai stata lo schermo. È la capacità — o l'incapacità — degli adulti attorno a riconoscere un pattern di molestie prima che degeneri. Un tablet gestito da chi non ha gli strumenti per leggere quei segnali non è strutturalmente più sicuro di un telefono lasciato incustodito. La tecnologia, in una forma o nell'altra, resterà comunque in mano ai ragazzi. La domanda che nessuna circolare ministeriale può risolvere da sola è chi, in quel momento, sta effettivamente guardando.

C'è un paradosso più grande, ed è forse la parte più scomoda di questa storia: mentre in Europa si discute di scansionare i messaggi privati di chiunque per proteggere i minori, nessuno controlla lo strumento che quei minori tengono davvero in mano, ore ogni giorno, dentro un'aula. La sorveglianza, quando arriva, arriva sempre nel posto sbagliato.


Il quadro normativo, in breve

  • Legge 71/2017 — nata dopo il caso Carolina, obbliga i gestori delle piattaforme a rispondere entro 24 ore alle richieste di rimozione di contenuti di cyberbullismo; in caso di silenzio o rifiuto si può ricorrere al Garante Privacy, che deve intervenire entro 48 ore.
  • Legge 70/2024 — estende l'ambito della normativa dal solo cyberbullismo al bullismo tradizionale.
  • Decreto legislativo n. 99/2025 (in vigore dal 16 luglio 2025) — rafforza il numero di emergenza «114 Emergenza Infanzia», attivo 24 ore su 24, e istituisce un monitoraggio statistico biennale affidato all'ISTAT.

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Fonti:
Fondazione Carolina – dati Rescue Team
ISTAT – Bullismo e cyberbullismo nei rapporti tra i ragazzi
Circolare Valditara – divieto smartphone a scuola 2025
Quadro normativo – Legge 71/2017 e Legge 70/2024
Tempi di rimozione contenuti – 24h/48h, Legge 71/2017
Decreto legislativo n. 99/2025